venerdì, maggio 08, 2015

Mentre rientriamo, mia madre dice a L.: "Quando arriviamo a casa fai la nanna e poi andiamo in giardino a raccogliere i fiorellini per la mamma".
[L'infanzia del futuro serial killer]
Dico: "No, per favore, lascia stare i fiori e soprattutto non portarmeli in casa".
Lei, rivolta al bambino, sbotta: "Madre insensibile".
Di colpo ritorno ai miei dodici anni, e penso: rispolveriamo l'equivoco storico della mia mancanza di sensibilità secondo mia madre.
"Mi pare invece che sia proprio perché sono sensibile che odio i fiori recisi e mi disturba vederli agonizzare in un bicchiere d'acqua".
Eppure questo equivoco datato mi conforta, così come mi conforta l'estemporanea, leggera conversazione avuta con un amico. Qualche tempo fa, al telefono, in risposta alla mia ironia, M. è scoppiato a ridere e ha detto: "Menomale, stai tornando in te. La maternità ti aveva addolcita troppo". Ma anche questo è rispolverare equivoci. La dolcezza di cui mi si accusa è riservata a mio figlio (dopo una vita di carezze incerte, è come se io avessi imparato all'improvviso l'esatta misura del gesto) e al pensiero di lui. Quel che possono testimoniare gli altri, di questi miei ultimi mesi, è semplicemente prostrazione, e con la maternità non ha molto a che vedere.
Sono sempre io, dunque?
Un po' di retorica legittima, avendo la sensazione persistente di essere come il tale, in quel vecchio libro di Carrère, che si taglia i baffi che definivano il suo viso da un'eternità, pensando di suscitare quantomeno stupore, e invece nessuno nota il cambiamento, anzi, la moglie, attonita di fronte alle sue proteste, gli comunica che lui non ha mai portato i baffi. Anche se nel mio caso l'equivalente dei "baffi", sono le definizioni che mi sembra ancora mi appartengano e che però in qualche modo non vengono più lette come mie - come un'apposizione mia a posteriori (Duchamp de noantri).

Una domenica sono seduta a guardare la videointervista di Sugimoto nella sala stampa della mostra di Modena; Sugimoto parla dei suoi Portraits, spiegando che si tratta di una moltiplicazione di copie della "realtà": realtà storica poiché, a parte un'eccezione, ha fotografato personaggi di cui conosciamo l'aspetto tramandato dalla ritrattistica pittorica, sulla base della quale è stata riprodotta la figura come statua di cera, che lui poi ha fotografato. Dice, sorridendo, qualcosa come: "Se qualcuno vi vede una persona reale c'è qualche problema". Mi distraggo, mi ritrovo a rimuginare sulla veridicità del punto di partenza e sugli "scarti di traduzione" in un cambiamento; scarti non sempre necessariamente deliberati, ma che spesso avvengono per natura stessa del processo: che qualcosa vada perso è implicito, che sia ciò che di fatto viene eliminato o perso forse non lo è, o meglio, non lo sarebbe stato. Perché proprio quell'aspetto, dopotutto? Era una rimozione inevitabile, con altre condizioni? Cosa rimane dell'impulso iniziale o dei sembianti? Quella che vivo è la versione più consistente del percorso o l'unica possibile? Perché, alla fine, per quanto si ami baloccarsi con i se e con i ma (per fantasticheria o per disperazione), e con i multipli di sé, è la versione univoca, quella che a un certo punto si ha bisogno di tracciare.








posted by frammento at 09:48  1 commenti