lunedì, dicembre 22, 2014

A proposito di semplificare. Di bianco e nero. Di sfumature trascurate.

"Guardate. L'erba dovrebbe essere verde, il muro della casa giallo, il lago blu. Voi lo sapete e io lo so. Eppure adesso l'acqua è nera. L'erba è grigia e la casa è bianca. È come se i nostri occhi, al buio, riconoscessero le cose soltanto attraverso i contrasti. Colori simili diventano opposti. Sembra un istinto di sopravvivenza: quando uno non capisce ha bisogno di semplificare".

(Paolo Cognetti, nel racconto "Tre bambine non possono giocare insieme" di Manuale per ragazze di successo.)

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venerdì, dicembre 12, 2014

All'improvviso la mia vita appare complicata. Pensavo che crescendo - invecchiando, pardon - si sarebbe semplificata - non tanto nelle questioni pratiche, quanto in altre, più fondanti del "benessere" che ho sempre cercato; pensavo che sarei riuscita ad amministrare meglio il dolore psichico (chiamiamolo così): anche se forse più banalmente e nonostante le mie paure e la mia immaginazione, mi ero voluta convincere che questo tipo di dolore non l'avrei provato. Non in questi termini.
Come mi sento dire su vari fronti, insospettabilmente, reagisco con un certa tempra o un certo stoicismo (leggi: senza farmi prendere dallo sconforto o lamentarmi più di tanto) ai vari malesseri che riguardano o hanno riguardato il fisico: non è così, invece, per quanto riguarda la sfera emotiva, forse perché è quella che mi guida, che regola il mio rapporto con me stessa e con qualsiasi cosa sia altro da me, ed è la mia arma migliore e, insieme, la mia rovina. Segni, sintomi.
Guardo le linee della mano. Probabilmente un giorno scriverò qualcosa su tutto questo.


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mercoledì, dicembre 03, 2014

"Il viaggio portava allo scoperto anche una serie di rimozioni […] di cui si parla pochissimo. Tutto questo non poteva essere scritto in una sceneggiatura, in un testo preesistente alle riprese. Qui sta il fascino del poter lavorare con la realtà: si viaggia in essa per entrare nel mondo spirituale del cinema e lo si fa senza sapere dove si sta andando. Perché se lo si sapesse fin dall'inizio non varrebbe la pena di intraprendere il viaggio". (Lech Kowalski)

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lunedì, dicembre 01, 2014

Sono accucciata per terra, con le ginocchia tra le braccia per non sentire freddo in terrazzo. Prima di accucciarmi ho intravisto il dirimpettaio in giardino. L'ho visto perché è autunno e gli alberi del parco sono spogli: fra il mio e il suo giardino ci sarebbero infatti rami e fronde, e una roggia. Che poi, non l'ho neanche visto chiaramente: ormai si è fatto buio.
Da qui posso vedere solo un rettangolo di mondo esterno, ciò che si intravede tra una colonna portante e il muretto del terrazzo, ma lo sento cantare una canzone di un tempo che non ho conosciuto (porta anche il nome di un personaggio di Dumas) e sentirlo cantare là fuori, mentre io sono qui e vedo solo l'immediato, illuminato dalla luce del terrazzo, mi fa sentire dentro quel quadro di Magritte - chissà perché Magritte mi viene in mente così spesso - quello con la casa immersa in un cielo notturno e al di sopra degli alberi il cielo del pieno giorno.
Ho ricominciato a fumare, mi sa (ma il ritorno al vizio sarà ufficializzato solo quando, invece di scroccare quelle altrui, comprerò il primo pacchetto di Gauloises per me medesima).



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