giovedì, ottobre 10, 2013

E comunque, ultimamente, ogni volta che considero di ricominciare a scrivere mi torna in mente la citazione di Artaud che introduce Un romanzetto lumpen di Bolaño, che mi fa sempre sorridere in primo luogo di me stessa e del mio bisogno (o desiderio, movente dei moventi) di esprimermi attraverso la parola scritta: "Tutta la scrittura è porcheria. Le persone che escono dal vago per cercar di precisare una qualsiasi cosa di quel che succede nel loro pensiero, sono porci. Tutta la razza dei letterati è porca, specialmente di questi tempi".

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mercoledì, ottobre 09, 2013

Non ho desiderio di parlare di questo con nessuno in particolare e quindi non cerco testimoni, non alzo il telefono, non chiedo udienza; ma l’istinto di dare una forma all’inquietudine, di elaborarla, m’indurrebbe a mettere una dietro l’altra qualche parola, per contenere, tracciandone i contorni, quel malessere che di primo acchito non ho riconosciuto solo perché avevo altro a cui pensare. Per qualche mese ho assaporato la felicità, non l'euforia momentanea e delirante seguita a ruota dal crollo rovinoso, ma quella gioia costante e senza ombre che mi ero sempre domandata se davvero esistesse, al mondo, per qualcuno; per me è stata una novità assoluta. Temo però che si trattasse di un effetto comune, una combinazione fisiologica di entusiasmo e ormoni destinata a non permanere nemmeno per tutto il periodo della gravidanza, figuriamoci dopo. Scoprirlo mi ha delusa, non tanto per me, quanto per il figlio che aspetto (aspetto ormai con impazienza, e mancano ancora tre mesi): in fondo, ciò di cui ho sempre avuto timore al pensiero di averne uno, al di là di tutte le questioni pratiche e dei possibili e probabili errori, era l'incostanza del mio umore.
I taccuini che ho comprato sono ancora intonsi, ad eccezione di qualche timida e sparsa annotazione – che però non ha valore. Ciò nonostante, quando vi ho scritto l’ho fatto con deliberata malagrazia, utilizzando imbrogliati artifici calligrafici – un pastiche alfabetico che non rispetta l’ordine delle righe, approssima colonne e annette note affollando dei margini imprecisi: un rodato automatismo di camuffamento o crittografia senza codice che rende impossibile a me prima di chiunque altro, di carpire una parte di senso con il semplice guardare.
Spesso mi sono sentita una spettatrice compromessa, che non partecipava alla rappresentazione ma da quella si sentiva alterata. Forse per questo motivo per tanto tempo mi sono imposta obiettivi di entità trascurabile – così minimi che niente potesse frapporsi fra la formulazione e l’adempimento – e ho preso bene le misure. Ma adesso non mi permetterò più di farlo. Forse ha ragione S., almeno riguardo a questo, sono (già) cambiata.

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