lunedì, ottobre 08, 2007

Tempo fa mi sono iscritta a un servizio per trovare mail-friend in giro per il mondo e praticare le lingue che conosco e pian piano dimentico e il primo a scrivermi è stato un ragazzo asiatico. Ci siamo scambiati qualche mail, le mie di media lunghezza e descrittive, le sue non più lunghe di quattro righe, delle quali una per chiedermi (più di una volta) come sto e se sono felice e l'ultima per augurarmi (più di una volta) di stare bene e ed essere felice.
Lo so che è una convenzione culturale, ma dopo la quinta mail con questo schema ho cominciato a chiedermi se cercasse di portarmi sfiga o di insinuarmi qualche dubbio. Non mi sembrava opportuno, ma avrei potuto rispondergli che no, non andava bene e non ero felice, ma che se non altro avevo capito che la felicità per una come me non è qualcosa che si realizza, è qualcosa a cui tendere rimanendo sempre un passo o un infinito indietro (e non c'è altro da dire sulla sua natura, se non che è come il neon dall'altra parte della strada che si accende e si spegne e tormenta i tuoi sogni da perdente - immagine perfetta, peccato Michael Chabon parlasse di tutt'altro e io abbia snaturato).
Avrei potuto, ma insomma a un certo punto ho smesso di scrivergli. Riesco a farmi irritare dai convenevoli, sì (se sono il succo del discorso, sicuramente).
Oggi mi ha scritto per dirmi che è preoccupato perché non mi ha più sentito e spera che io stia bene e sia in salute. E sempre felice. arrrghrrjhhh

posted by frammento at 04:20  13 commenti