mercoledì, luglio 12, 2006

Non dormendo e avvertendo la fitta allo stomaco di quando si spengono le luci ma persiste un timido chiarore perché fa caldo e tutto è aperto, pensavo e non mi ricordavo se Leopardi avesse più a noia l'arrivo del giorno o il calar della notte. Qualche secondo di amnesia, la maturità è lontana un decennio. Ma forse non è neanche quello, oggi il direttore marketing mi mostrava delle foto e io deducevo, questa è l'alba: ma no, era il tramonto.
Nel palazzo di fronte, il solito tizio mette su la solita musica, me lo immagino seduto a lato del tavolo con il giradischi, o con un mangiacassette (non riesco a pensare per lui a uno strumento con un nome meno antico), ogni tanto si alza per affacciarsi al balcone, scosta con gesti poco misurati la tenda di tessuto pesante e si abbatte sulla ringhiera. Dato che sono sveglia la strada mi distrae. Passano macchine, inchiodano, sgommano alla curva del tabacchino con sempre meno convinzione, sempre meno con l'andare dei minuti.
Modellando senza requie lenzuola immacolate con aspirazioni al sopore prone e supine, rammento le teorie sul clima che influenza l'individuo, perché non riesco a finire GB84 e l'unica giustificazione che trovo a questa distrazione stagionale dal mio solitario amore per David Peace è la quantità media delle precipitazioni annuali dello Yorkshire. Oppure perché ritorno a me che un giorno scrivo in una stanza ventilata, mi chiedo come possa avvenire qualcosa di male sotto un sole tanto benevolo che inghiotte le ombre, e un giorno scrivo in una stanza in cui l'aria incombe senza discrezione e così il dolore, e il male, che al sole non si nascondono, come niente sulla terra: sì insomma, come quelli che scrivono poesie sulla pioggia dopo un acquazzone.

posted by frammento at 09:05  0 commenti