mercoledì, dicembre 29, 2004

Sempre nuovi i modi trovati dagli utenti vessati dalle continue promozioni telefoniche di augurare un pessimo 2005 agli sciagurati teleseller:
"Ma vada a promuovere berlusconi!" click


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martedì, dicembre 28, 2004

L'insegnante di giapponese è tornata a casa per le vacanze e ha distribuito nengajo da spedirle a Osaka. I nengajo in Giappone vengono consegnati tutti il primo giorno dell'anno, arriva il postino e ti consegna mazzette di auguri in cartoline di piccolo taglio, oltretutto segnate perché c'è la lotteria. In Italia non si produrrebbe, via, un costume basato sull'efficienza. E sta bene, io le nostre proverbiali inefficienze le sopporto: anzi ho sviluppato quella sorta di fatalismo intenerito che le giustifica - dopotutto noi sfoggiamo Leonardo, Michelangelo e il Rinascimento, mica l'orologio a cucù. Così non mi ha irritata, mi ha dato solo una lieve noia e mi ha strappato un sorriso (in cui la curva degli occhi anelava a congiungersi col suolo), l'arrivo degli auguri firmati "zia e nonna" oggi, quando nonna è morta la vigilia di Natale.

Cara la mia Gemma. Non so se la mia sia intransigenza non necessaria o egoista, ma non sono io la persona da mandare al pulpito. Forse perché mi vede come la più adatta a fare una lettura, mia zia vorrebbe proprio che lo facessi, chissà perché. Davvero non potrei. E' Santo Stefano - non si muore nei dì di festa - e per le esequie ci siamo dovuti rassegnare a quel che passava il cimitero. Il prete prega il Padre Nostro volgendogli dita ingessate. L'organista intona stornelli che dicono che nasciamo pe' soffri', e il fatto di doverlo ascoltare rende tutto più convicente. Una signora imbucata, ingolosita da una funzione non prevista (giornate di bagordi per lei), occupa il posto del dolore altrui.
Il nipote prodigo è arrivato appena in tempo alla camera ardente, e poi il coperchio si è richiuso sulla seta e il cuscino e l'abito color smeraldo - Gemma è andata al suo funerale col vestito da sposa di sua figlia. Nessun ralenti sul procedimento, è un assemblaggio. Il trapano assicura ogni vite, al ritmo del rito privo di ritualità, brutale. Dei professionisti sbrigano la procedura in modo molto rumoroso, forse per illuderci che scompaia ogni altro rumore e suggerirci una sacralità di consolazione. Finiscono il lavoro, e finisce.
Il terzo giorno, l'ho guardata senza piangere. Si sono raccontati gli aneddoti di un vissuto lungo e pieno pure nella mancanza di lucidità degli ultimi anni. Li abbiamo sussurrati sopra il suo volto, incerti se rammentarli a noi o a lei.
Mi ha atterrito quel rosario fra le mani, appoggiato in grembo. Su nel letto d'ospedale allucinavo il movimento del diaframma, ogni punto di riferimento perso sul bianco del lenzuolo, ma il rosario è perfettamente immobile, la posa di sghimbescio non si è scomposta.
La mattina di Natale io e i miei genitori eravamo andati a prendere dei dolci per i bambini, li avremmo portati e saremmo rimasti con loro e la famiglia allargata di altre famiglie. E invece siamo passati, abbiamo lasciato i dolci e preso su le valigie e siamo scappati da Viareggio. Mi ha commosso l'umano spaesamento dei miei genitori, mio padre continuava a prendere strade sbagliate anche se le conosce palmo a palmo, siamo finiti a Pietrasanta e a Migliarino (ci davamo alla macchia) e persino a Lucca. Avevo bisogno di rivedere mio fratello. Io piangevo dentro i tovaglioli rossi che lo zio mi aveva recuperato con una irruzione alla festa di natale in ospedale, ma non asciugavano.
Piansi anche gli ultimi attimi al suo fianco e lì mi assalirono gli zii per portarmi via, prendendomi per le spalle e scuotendomi con fin troppa energia, perché non dovevo piangere e accettare. Poi arrivò la suora della magnifica "è la tua prima morte?" e nonostante la mia cortese ostilità mi baciò e disse che "si nasce per morire e poi rinascere alla vita con Dio". Al che risposi: "NON E' RASSICURANTE". Non avevo il proposito di non accettare la morte, e non avevo nemmeno nessuna intenzione di fare la mia filosofia spicciola su quanto aspetta ciascuno. Piangevo mia nonna.
Smisi quando Danilo mi abbracciò, sentivo nella morsa la sua pancia tonda sussultare per i singhiozzi e non si trattenne più e all'orecchio mi biascicò "non ce la faccio". Poi arrivarono i professionisti che dovevano preparare e vestire il corpicino e avevano fretta e poi c'erano gli altri professionisti che dovevano constatare il decesso e non volevano responsabilità, e si litigò su legge e consuetudine, si fecero dei maldestri inutili elettrocardiogrammi e noi eravamo lì nei cantoni della anticamera ognuno appoggiato al suo pezzo di muro e il nostro sguardo non aveva direzione.


Quand'ero più giovane era difficile che chiedessi scusa. A dire il vero, a pensarci bene, in famiglia lo è ancora, tanto quanto è difficile che attesti il mio affetto verbalmente.
Eppure alla nonna ho chiesto scusa innumerevoli volte, quando ancora potevo avere qualcosa di cui dovermi scusare.
Lei mi liquidava imbarazzata "non importa, io dimentico". Ed era vero: aveva l'Alzheimer.
Nonna. Mi facevi incazzare e commuovere, mi proteggevi e mi smentivi.

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venerdì, dicembre 10, 2004

Al corso in palestra l'istruttrice avrebbe volentieri dato tutti i pesetti e i bilancieri del suo regno per un goniometro solo per mettermi davanti all'ampiezza della verità disegnata sui miei dorsali (l'utilizzo di disegnata in luogo di scolpita non è incidentale). Mi ha raggiunta in quattro falcate e da buona generalessa del parquet e degli specchi, a un centimetro dal mio viso ha urlato: "ho detto schiena piatta con la testa in linea!" La mia linea era solo di difesa: "eheh ma la schiena dritta, credo ormai sia fuori dalla mia giurisdizione..."
Lei, generalessa del trapezio (quid massonico, questo) e del deltoide: "piantala! sei tu. ti ho visto, sai, a volte tieni la schiena dritta!"

And yeah, I know he's a pretty good read.
But God who'd wanna be?


La mia miru ieri parlava di Melville e io mi sono sentita coccolata dalle coincidenze. Ieri era proprio a lui che pensavo. Non alle balene, né alla scrittura - anche se Melville è una delle ragioni per cui colleziono balene e in parte, per cui colleziono scritture - ma ai suoi personaggi, perché mi confezionavo un'innocenza splendida da Billy Budd ma sul bigliettino siglavo con un inamovibile ritornello da Bartleby.
Però, io dico "non ce la faccio". Lui almeno aveva l'alibi del condizionale (d'altra parte a me che ne abuso l'hanno vietato - il condizionale è poco commerciale).




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venerdì, dicembre 03, 2004

Dite di no...
A sentir parlare di radicali liberi negli spot pubblicitari il pensiero corre al Capezzone di Neri Marcorè - che non è un accrescitivo per la (bella) testa di Marcorè, eh.

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1984
Né David Peace, né George Orwell...

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giovedì, dicembre 02, 2004

2 dicembre 2004. Ho ventisette anni. Non da oggi, già da qualche mese.
E' il 2 dicembre 2004. Sono a corto di risorse e non ho ancora imparato a darmi delle opportunità.
Mastico e sputo, sputo via il miele e la cera. Se sgrano gli occhi e il solito rosario di turbamenti, che conta esili prospettive e accoglie minime imposizioni, so fare in modo che il supporto altrui mi sia indispensabile, così che respingerlo sia ancora più munifico. Magnifico. Stronzo.
O inappagante e ingenuo e dispersivo - tutte quelle energie che non conosco, che non si mantengono costanti, che non oso: eppure ho avuto veramente forza almeno una volta, forse l'ho avuta tutta in una volta.
Ho sempre pensato che una certa mia tristezza potesse essere uno strumento cognitivo. E che essendo così pervasiva e devastatrice, facesse da collante. Fa da collant, piuttosto - in testa. Ho un sorriso volatile che è come una barricata di seta che nessuno vuol macchiare di sospetto. Quasi mi compiace, fare scorta di possibilità di rivelazione. E' una speciale ottusità, una qualità di stima.

Sto iniziando e abbandonando pile di libri. Non riesco a trovare quello che voglio leggere, quello di cui ho bisogno. Ormai esco dalla librerie più disturbata e febbricitante di quando vi entro in cerca di rimedi. Magari mi incammino sulla cattiva strada di un Van der Jagt, apprezzato con qualche esitazione ai tempi della "Storia della mia calvizie" e mi faccio investire di delusioni. Non amo i romanzi in cui ogni paragrafo ha la spocchia di un'introduzione, mi innervosiscono le trame costruite per far stramazzare il lettore con un astuto fetido beverone aforismatico davanti a un deserto d'inventiva. Avrà un blog, 'sto Van der Jagt?
La seconda possibilità gliel'avrei data comunque perché è pubblicato da uno dei miei editori-feticcio, la Instar Libri. Però, che dire? Intanto un altro mio editore-feticcio, Meridiano Zero, ha ceduto i diritti per gli ultimi due volumi del Red Riding Quartet. Ma dio, come ha potuto? David Peace! Li ho letti in lingua originale perché non potevo aspettarli e poi li ho aspettati per rileggerli. Quando li ho visti con un'altra livrea qualche settimana fa mi hanno ceduto le gambe, così, letterale: il mio feticismo non è per niente letterario.
Ho ricominciato a vaneggiare dello Yorkshire dei miei sogni e dei miei incubi e ho preso il libro dallo scaffale, il primo: questa volta li leggo in ordine di apparizione (comparizione?).

Dicevo
Quand'ero bambina, guardavo spesso un telefilm. Uno dei personaggi era uno svitato certificato. In una puntata che io avevo vissuto come una drammatica infatuazione, si ricapitolavano le fasi del suo squilibrio: la prima tappa o il tracollo era stata una giornata intera passata a fissare - fissare - una lampadina accesa. Quando a sera accesi la luce, guardai la lampadina e desiderai follemente la follia. Avevo un lampadario fatto di una intelaiatura rivestita da un tessuto leggero e retta da un cavo a molla, con dei piccoli pendagli. Mi misi seduta a fissare il bulbo là in alto, ma lacrimandomi gli occhi non riuscivo a resistere. Allora mi arrampicai sulla scrivania (quel meschino d'un Icaro non ha mai insegnato niente a nessuno) e saltai per dare la spinta al lampadario, ché magari privato della sua staticità sarei riuscita a fissare. Dalla brama di follia fui distratta dalle proiezioni rotanti dei pendagli sulle pareti, mi ipnotizzò il carillon di ombre. Mi accoccolai sul pavimento per beffare il moto perpetuo.

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