martedì, luglio 01, 2003

Ho letto qualche tempo fa "La nobiltà della sconfitta", in cui Ivan Morris documentava la sensibilità giapponese per l'etica del perdente* raccontando la vita di alcuni perdenti esemplari, quelli che sono diventati archetipi d'eroe nipponico proprio grazie a dei fallimenti eclatanti: colpa e merito di un destino troppo esigente, dell'anacronismo delle cause a cui si votarono, della sincerità d'intenti e dell'integrità morale (il famoso makoto).

Associando le due letture probabilmente solo per contingenza, ho annotato quanto diceva Efraim Medina Reyes su un vecchio numero di Internazionale:

Come le disgrazie non trasformano lo stupido in genio, cos? nemmeno la guerra, il sequestro e la morte hanno frenato la voracità di potere, la disonestà e l'egoismo della nostra classe politica. Ma, al contempo, questa distruzione (e quella che verrà in seguito) ha dato alla maggioranza dei colombiani (inclusi settori dell'alta società) una chiara coscienza di nazione e la certezza che nessuno è più intoccabile, che non si tratta di una zuffa tra contadini, che siamo coinvolti tutti e che, per quanto crudele e ottuso sia il conflitto, ha messo a nudo le nostre terribili miserie.
Noi colombiani comuni, che non siamo industriali né politici schifosi, che non riceviamo onorificenze né conversiamo con i delegati del primo mondo, sappiamo di essere soli. Non sbroglierà la matassa per noi nessun aiuto umanitario, che spesso serve solo per far venire qui gli europei grassi, vecchi e brutti a conquistare amanti giovani e belle vinte dalla povertà. Dobbiamo far fronte noi a questo groviglio di guai, anche se una sera qualsiasi, tornando dal lavoro, rischiamo di saltare in aria e diventare laconici titoli della stampa mondiale, senza sapere che diamine abbiamo fatto per crepare cos?


Questa quotidiana resistenza non accumula scampoli di futuro glorioso, fronteggia il presente con eroismi microscopici, microepici, non guadagna nessun titolo se non eventualmente quello sul giornale - che piccola storia ignobile ci tocca raccontare, l'ignobile beffa di essere sempre affamati, sempre in pericolo, sempre superstiti, sempre tanti ma soli, perennemente coinvolti, essere eroi semplicemente perché non si è rei.

Una frase che m'è sempre piaciuta fra le tante che mi son sempre piaciute di Fabrizio de André, era dedicata all'utopia:

L'uomo senza l'utopia sarebbe un motruoso animale fatto di istinto e raziocinio...una specie di cinghiale laureato in matematica pura

Personalmente la trovo significativa per l'accostamento di matematica pura e utopia, due termini che, per quanto mi riguarda, evocano concetti con lo stesso indice di irraggiungibilità.
C'è qualcosa di eccellente nell'utopia come nella matematica e questa eccellenza mi vien da pensare che sia da ricercare nell'inestricabile correlazione di astrazione e concretezza. Un continuo sfiorare di confini invisibili che in luogo d'attestare l'immutabilità di una maglia deterministica, ne scioglie i grovigli e allude all'esistenza di un confine per sua natura inarrivabile. E la meraviglia è che quest'allusione è già abbastanza di per sè, è lo sprone.
Parte del fascino consolatorio delle parole di De André deriva dal fatto di ritenere l'utopia una prerogativa dell'uomo in generale, o se preferite degli uomini tutti: sebbene, per chi si trova a dover essere eroe suo malgrado per necessità quotidiana, questo miscuglio di speranza e ideale sia una carezza aspra. Al contrario, per chi è eroe per volontà o per professione è una disciplina indispensabile, da coltivare attraverso un atteggiamento utomistico.

 

utomistico, agg. [pl. m. -ci], che comporta dedizione spirituale totale a ideali di supposta, se non evidente, impraticabilità, spesso altres? denotata da un sembiante iniziatico

 


* c'è anche una parola specifica per definire questa sensibilità: houganbiiki, la predilezione per il tenente, predilezione priva di equivoci, essendo semplicemente quella simpatetica verso un glorioso perdente (il caso all'origine dell'espressione è quello del tenente Minamoto Yoshitsune)

posted by frammento at 03:21  0 commenti