venerdì, maggio 30, 2003

[A volte dicono]
Già, già, che tristezza i pattern che si ripetono, che si replicano, che si rincorrono matematicamente fedeli, che tristezza la perfezione, la misura. Quant’è più feconda l’imperfezione, quant’è soave l’indugio, quant’è deliziosa l’ingenua inosservanza delle convenzioni.
[ma poi]
Riflesso nel vetro scuro lercio delle porte, il rimbalzo fra queste e un passeggero paziente è un’oscillazione perpetua che genera un altrettanto perpetuo profondersi in scuse e rassicurazioni. Al riflesso che scruta con disappunto il suo ritratto opaco, l’espressione ostinatamente seria risulta quasi ottusa, di una serietà ridicola - così filosoficamente corrugato. Cerca una mediazione: è rimasto talmente affascinato dalla definizione “patetico discreto” nel libro di RB, che si sente autorizzato ad interpretarla scrupolosamente per un pubblico di accaniti monovidimatori. Controlla che un lembo della camicia penzoli pateticamente da un solo lato, i capelli scompigliati naturalmente in modo innaturale (quasi soprannaturale, post-esorcismo), calpesta un piede di lusso vestito, oppone la minima resistenza possibile all’attrito in modo che il suo zaino (sempre pesantissimo e poco pratico) ondeggi pericolosamente vicino a un cranio ottuagenario (dall’ondeggiare poi mesmerizzato) e infine, schiantandosi sulla porta mentre si stanno aprendo le sue automatiche metà, evade. Cazzo ho sbagliato ancora fermata



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