domenica, giugno 30, 2002

Il PAC ospita in questi giorni una retrospettiva di Duane Hanson, artista americano scomparso pochi anni fa.

Inutile fingere che ne avessi mai sentito parlare prima di vedere i manifesti della mostra affissi sui muri della città, anzi, sono appunto questi ad avermi attirato: una donna delle pulizie con scovolino, sacco e attrezzi del mestiere e il titolo della mostra "Duane Hanson - More Than Reality - 30 sculture più vere del vero". (questo sì che è un claim fenomenale, markettari)
Avendo visto giusto venerdì scorso la foto di un'amica di fianco a brad pitt al/da (o essendo un nome di origine francese devo dire 'chez'?) Madame Tussaud, l'associazione mentale è stata immediata (piuttosto deludente: di solito le mie associazioni mentali sono molto più acrobatiche, per non dire pirotecniche anzicheno); provavo quasi un vago senso di colpa estetico (sic!) perchè mi sembrava di nutrire quel gusto kitsch per la riproduzione quasi souveniristica della realtà.

E invece ho potuto quietare i morsi della coscienza.

Lungo le stanze del PAC le statue si distinguono dalle persone nella classica posizione da spettatore (braccia giunte dietro la schiena per i Signori Visitatori, una mano sul fianco e una sulla borsa per le Signore Visitatitrici) giusto perchè sono circondate da una striscia rettangolare bianca, ma fortunatamente la forza di queste opere non si riduce alla perfezione della copia; la giovane mestessa che non sa niente di hanson e si trova davanti tre carpentieri in stucco di carrozzeria, resina di vetro e non so quant'altro pensa che sarebbero una perfetta versione scultorea dei quadri di Hopper. La luce livida, la normalità delle situazioni rappresentate, l'espressione dei volti (o la terribile stanchezza di esprimere, dei volti?), lo sguardo perso - nel vuoto - o lo sguardo di chi ha 'perso' qualcosa, il sogno.

L'ultima sala è quella che mi ha colpito di più, perchè mi sono resa conto maggiormente della riuscita comunicativa di Hanson. Qui, sul pannello introduttivo, un avvertimento: 'attenzione le opere esposte in questa sala potrebbero infastidire alcune persone per la loro crudezza (almeno, il concetto era questo)', opere improntate all'impegno politico-sociale.

Tipo: 'abortion', una statua di donna panciuta sdraiata coperta da un sudario e 'gangland victim', rappresentante un cadavere ripescato dall'acqua in stato di semi-decomposizione plurimutilato, incatenato a un blocco di cemento.

Impressionante. Però io mi sono commossa alla statua successiva, tutto sommato innocua! Era una donna anziana, seduta con le mani in mano, sguardo vitreo, la sottoveste di altri tempi intravista nell'apertura della gonna, nella posa un po' sciatta che alcune volte la vecchiaia porta con sè.
trovo nella capacità di suscitare empatia una delle massime riuscite dell'arte.

posted by frammento at 15:46  0 commenti